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E poi non ne parlerò più

il blog di stefano Dec 04, 2023

Mi dispiace tornare ancora sull’argomento. Perdonatemi: lo faccio per esternare la mia delusione, ma, se ci pensate un attimo, vedrete quante applicazioni ha la vicenda. La vicenda, forse il pretesto, è quella di Jannik Sinner, il ragazzo che in questo momento, almeno a mio parere, è il più forte tennista del mondo.

Senza disconoscere i meriti della squadra, una squadra che non è certo composta solo dai giocatori, grazie a lui l’Italia si è portata a casa la Coppa Davis, un trofeo che ci mancava da quasi mezzo secolo.

Come troppo spesso accade, c’è chi se l’è presa con lui. Accade che personaggi frustrati, i leoni da tastiera, i “vorrei, ma non posso”, in fondo, i falliti pretendano la mediocrità e, allora, non sopportano chi, per qualunque ragione, emerge. Non importa se emergere è costato sacrifici che loro, gli accusatori, non hanno mai neppure pensato di affrontare: la mediocrità è un dovere. Il non essere mediocri un delitto.

E, allora, ecco che Sinner, ragazzo della Val Pusteria, una plaga appartenuta per lungo tempo all’Austria, è accusato di non essere pienamente italiano, di pensare in una lingua che non è la nostra, di giocare a tennis senza cedere all’emotività, di aver lasciato posto ad altri quando sapeva di non essere in condizione di giocare meglio di loro. Insomma, accuse che pesano come macigni.

Se esistesse il Premio André Deed, l’accusatore principe, personaggio che non ha mai avuto l’incomodo di sapere che cosa significhi dedicarsi ad uno sport a livelli altissimi, se lo aggiudicherebbe per distacco.

Insomma, anche se quelle non proprio nobili stravaganze hanno trovato ospitalità sul quotidiano sportivo più “prestigioso” d’Italia, prendiamole per quello che sono e, magari, facciamoci sopra un sorriso.

La mia delusione è, invece, quella che mi arriva da Nicola Pietrangeli: un atleta ora novantenne che, tanti anni fa, vidi giocare anche dal vivo, e che, tennista mediocre come fui, ho ammirato.

A sorpresa, almeno per me, mi ritrovo un Pietrangeli che non conoscevo e non sospettavo: un Pietrangeli che appare roso dall’invidia nei confronti di qualcuno che è palesemente migliore di quanto non sia stato lui, pure bravissimo, un tempo.

Quando il vecchio Nicola (detto tra parentesi, “non proprio italiano” ma tunisino che imparò l’italiano da adolescente quando arrivò in Italia) afferma che la Coppa Davis di oggi vale meno di quella dei suoi tempi (lui la vinse una volta, ma da capitano non giocatore), resto perplesso. Le gare si fanno e, se si può, si vincono. Il resto è chiacchiera. Quando sparacchia che a Sinner occorreranno due vite per fare quello che ha fatto lui, temo che non si ricordi come a 22 anni, l’età di Jannik, Nicola avesse vinto appena due tornei minori (Wiesbaden e Messina, battendo, rispettivamente, Sirola, “non proprio italiano” perché croato di nascita, e Gardini) contro i 10 di massimo livello mondiale del suo “avversario”. E, ancora, un’altra critica: Sinner, come, del resto, tutta la squadra, non andrà ad incontrare Sergio Mattarella il 21 dicembre. Il motivo è presto detto: il ragazzo si sta godendo la sua vacanza di 4 (quattro) giorni, prima di partire per l’Australia dove giocherà una serie di tornei. Forse Pietrangeli non ha idea dell’impegno e del logorio fisico e mentale cui è sottoposto oggi un tennista di livello altissimo che, tra l’altro, negli ultimi quattro incontri ha battuto tre volte un tale Novak Djiokovic.

Non continuo perché, davvero, provo quasi dolore.

A consolarmi c’è il comportamento di Jannik che, da vero signore, non ha replicato a nessuno: per lui parlano i fatti.

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